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	<title>Dott. Edoardo Guerrieri</title>
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	<description>Psicologo Psicoterapeuta Empoli e Lucca</description>
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		<title>Attaccamento e amore: perché tendiamo a ripetere gli stessi schemi nelle relazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 09:37:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché alcune persone riescono a vivere l’amore con fiducia e serenità, mentre altre hanno continuamente paura di essere abbandonate? Perché c’è chi, quando sente l’altro allontanarsi, cerca ancora più intensamente la sua vicinanza e chi, al contrario, tende a prendere le distanze proprio quando una relazione diventa importante? E perché, nonostante le esperienze e le delusioni, può capitare di ritrovarsi più volte all’interno di relazioni sorprendentemente simili?&#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Perché alcune persone riescono a vivere l’amore con fiducia e serenità, mentre altre hanno continuamente paura di essere abbandonate? Perché c’è chi, quando sente l’altro allontanarsi, cerca ancora più intensamente la sua vicinanza e chi, al contrario, tende a prendere le distanze proprio quando una relazione diventa importante? E perché, nonostante le esperienze e le delusioni, può capitare di ritrovarsi più volte all’interno di relazioni sorprendentemente simili?</p>



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<figure class="wp-block-image alignleft size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1110" height="740" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/attaccamento-e-amore-1110x740.png" alt="" class="wp-image-907" style="aspect-ratio:1.7854077253218885;width:371px;height:auto" srcset="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/attaccamento-e-amore-1110x740.png 1110w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/attaccamento-e-amore-730x487.png 730w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/attaccamento-e-amore-768x512.png 768w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/attaccamento-e-amore.png 1536w" sizes="(max-width: 1110px) 100vw, 1110px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Quando due persone si dicono «<em>ti amo</em>» tendiamo a pensare che stiano parlando della stessa esperienza. Ma non è necessariamente così: <strong>non tutti amano allo stesso modo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La teoria dell’attaccamento, sviluppata dallo psichiatra e psicoanalista inglese <strong>John Bowlby</strong>, offre una delle prospettive più interessanti per comprendere il modo in cui costruiamo i nostri legami affettivi. Secondo questa prospettiva, il nostro modo di stare nelle relazioni non nasce semplicemente da una scelta razionale, né soltanto dal carattere: affonda le proprie radici nella storia delle nostre prime esperienze relazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo, tuttavia, <strong>non significa che il nostro destino sentimentale venga scritto una volta per tutte</strong> durante l’infanzia. Le prime relazioni costituiscono un punto di partenza, non necessariamente un punto di arrivo.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il bisogno di legame: perché abbiamo bisogno degli altri</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La teoria dell’attaccamento nasce dall’incontro tra psicologia, psicoanalisi, etologia e prospettiva evoluzionistica. Gli studi pionieristici sul comportamento animale di <strong>Konrad Lorenz</strong> e gli esperimenti di <strong>Harry Harlow</strong> sui primati contribuirono a mettere in discussione l’idea secondo cui il legame del piccolo con chi si prende cura di lui dipenda semplicemente dalla soddisfazione di bisogni primari come il nutrimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicinanza ha un valore in sé. Il piccolo cerca protezione, contatto, conforto e sicurezza. Da un punto di vista evoluzionistico, la tendenza a costruire un legame privilegiato con una figura capace di offrire protezione aumenta le possibilità di sopravvivenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bowlby trasformò queste osservazioni in una teoria dello sviluppo umano: veniamo al mondo predisposti a costruire legami. La relazione con chi si prende cura di noi diventa così il primo grande laboratorio nel quale impariamo qualcosa sugli altri, ma anche qualcosa su noi stessi. Impariamo, per esempio, se nei momenti di paura qualcuno arriverà; se possiamo chiedere conforto senza rischiare un rifiuto; se la vicinanza dell’altro è <strong>affidabile oppure imprevedibile</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, contemporaneamente, iniziamo implicitamente a rispondere a un’altra domanda:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Sono una persona degna di essere amata, protetta e accolta?»</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">Le mappe invisibili con cui entriamo nelle relazioni</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Attraverso migliaia di piccoli scambi quotidiani, il bambino costruisce progressivamente ciò che Bowlby definì <strong>modelli operativi interni</strong>. Possiamo immaginarli come vere e proprie <strong>mappe emotive e relazionali</strong>. Una mappa riguarda l’altro: <em>quando avrò bisogno di te, ci sarai?</em> L’altra riguarda noi stessi: <em>posso fidarmi? Posso mostrare la mia vulnerabilità? I miei bisogni verranno accolti? Quanto valgo agli occhi dell’altro?</em> Queste rappresentazioni non rimangono confinate all’infanzia. Tendono a diventare una sorta di grammatica implicita attraverso cui interpretiamo anche le relazioni successive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando, da adulti, incontriamo qualcuno che diventa emotivamente importante, quella grammatica può tornare a parlare. Non significa che cerchiamo consapevolmente una persona uguale a nostra madre o a nostro padre. Il processo è molto più sottile. Entriamo nelle relazioni portando con noi aspettative su ciò che probabilmente accadrà quando avremo bisogno dell’altro.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Perché tendiamo a ripetere gli stessi schemi?</h3>



<p class="wp-block-paragraph">I modelli operativi interni sono dinamici e possono modificarsi. Eppure tendono anche a mantenere una certa continuità nel tempo. Per quale motivo? Perché non ci limitiamo a vivere le esperienze: <strong>le interpretiamo</strong>. Percezione, attenzione e memoria non funzionano come una telecamera neutrale. Tendiamo a prestare maggiore attenzione alle informazioni coerenti con ciò che già crediamo di noi stessi e degli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi teme profondamente di essere abbandonato</strong>, per esempio, potrebbe cogliere immediatamente un piccolo segnale di distanza del partner, attribuendogli un significato molto intenso, mentre potrebbe dare meno peso ai numerosi segnali di presenza e affidabilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi ha imparato che affidarsi agli altri è pericoloso</strong> potrebbe invece minimizzare il proprio bisogno di vicinanza e interpretare come eccessive le richieste affettive dell’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si crea così un circuito particolare: <strong>le aspettative influenzano il modo in cui interpretiamo la relazione e il nostro comportamento può contribuire, a sua volta, a produrre proprio quelle risposte che temevamo</strong>. Una sorta di profezia relazionale che tende ad autoalimentarsi. Il passato, quindi, non viene semplicemente ricordato. In qualche misura può essere continuamente ricostruito nel presente.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Quando il partner diventa una figura di attaccamento</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le ricerche di <strong>Cindy Hazan e Phillip Shaver</strong> hanno contribuito a estendere la teoria dell’attaccamento alle relazioni sentimentali adulte, mostrando come l’amore romantico possa essere compreso anche come un processo di attaccamento. Quando una relazione diventa significativa, infatti, il partner può progressivamente assumere alcune delle funzioni caratteristiche di una figura di attaccamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Possiamo riconoscerne quattro:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La ricerca della vicinanza.</strong><br>Desideriamo stare vicino alla persona amata, cercarne il contatto e condividere con lei esperienze significative.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il rifugio sicuro.</strong><br>Nei momenti di paura, stress o difficoltà, la presenza del partner può tranquillizzarci. Non cerchiamo soltanto una soluzione al problema: cerchiamo <em>quella</em> persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La protesta o sofferenza per la separazione.</strong><br>Quando il legame è diventato importante, la lontananza o la possibile perdita dell’altro possono provocare tristezza, inquietudine e ansia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La base sicura.</strong><br>È forse l’aspetto più affascinante. Quando sappiamo che la persona importante è presente e disponibile, possiamo sentirci più liberi di esplorare il mondo, affrontare esperienze nuove, investire nel lavoro, nelle amicizie e nei nostri interessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sicurezza del legame non ci rende necessariamente più dipendenti: può renderci <strong>più liberi</strong>. Ed è uno dei paradossi più belli dell’attaccamento: poter contare su qualcuno può permetterci di allontanarci senza sentirci perduti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Innamorarsi e costruire un legame non sono esattamente la stessa cosa</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nelle prime fasi di una relazione prevalgono spesso il desiderio di vicinanza, l’attrazione, la ricerca dell’altro e una forte intensità emotiva. È il territorio dell’innamoramento. Ma perché una relazione diventi un legame stabile occorre qualcosa di più. Con il tempo acquistano importanza l’affidabilità, il sostegno reciproco, la possibilità di mostrare la propria vulnerabilità, la capacità di affrontare le separazioni e soprattutto l’esperienza ripetuta che l’altro possa esserci quando ne abbiamo bisogno. L’amore, da questo punto di vista, non coincide soltanto con ciò che proviamo. È anche ciò che progressivamente <strong>costruiamo nella relazione</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che la teoria dell’attaccamento ci conduce a un’altra considerazione importante: se tutti condividiamo il bisogno di costruire legami significativi, non tutti impariamo a viverli nello stesso modo. C’è chi riesce ad affidarsi mantenendo la propria autonomia, chi teme continuamente di perdere l’altro e chi, al contrario, tende a proteggersi mantenendo una certa distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le nostre prime esperienze contribuiscono a costruire queste differenti modalità di vivere la vicinanza, la separazione e l’intimità. Non rappresentano però un destino immutabile: nel corso della vita, nuove esperienze affettive possono modificare anche profondamente il nostro modo di stare in relazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È da queste differenze che nasce il tema degli <strong>stili di attaccamento nelle relazioni di coppia</strong>.</p>
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		<title>Non tutti amano allo stesso modo: gli stili di attaccamento nelle relazioni di coppia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 09:31:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Due persone possono amarsi profondamente e, tuttavia, vivere la relazione in modi molto diversi. C’è chi riesce ad affidarsi all’altro senza temere continuamente di perderlo, chi ha bisogno di frequenti rassicurazioni e chi, al contrario, tende a proteggere la propria autonomia mantenendo una certa distanza emotiva.&#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Due persone possono amarsi profondamente e, tuttavia, vivere la relazione in modi molto diversi. C’è chi riesce ad affidarsi all’altro senza temere continuamente di perderlo, chi ha bisogno di frequenti rassicurazioni e chi, al contrario, tende a proteggere la propria autonomia mantenendo una certa distanza emotiva.</p>



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<figure class="wp-block-image alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" width="1110" height="740" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/NON-TUTTI-AMANO-ALLO-STESSO-MODO-1110x740.jpg" alt="" class="wp-image-912" style="aspect-ratio:1.7854077253218885;width:371px;height:auto" srcset="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/NON-TUTTI-AMANO-ALLO-STESSO-MODO-1110x740.jpg 1110w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/NON-TUTTI-AMANO-ALLO-STESSO-MODO-730x487.jpg 730w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/NON-TUTTI-AMANO-ALLO-STESSO-MODO-768x512.jpg 768w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/NON-TUTTI-AMANO-ALLO-STESSO-MODO-1536x1024.jpg 1536w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/08/NON-TUTTI-AMANO-ALLO-STESSO-MODO.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1110px) 100vw, 1110px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Quando entriamo in una relazione, infatti, non portiamo con noi soltanto sentimenti e desideri, ma anche aspettative, paure e modalità apprese di vivere la vicinanza e la separazione. La <strong>teoria dell’attaccamento</strong> ci aiuta a comprendere alcune di queste differenze e, soprattutto, perché davanti allo stesso comportamento del partner persone diverse possano reagire in maniera profondamente differente.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Gli stili di attaccamento nelle relazioni di coppia</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le ricerche sull’attaccamento hanno individuato differenti modalità attraverso cui le persone tendono a vivere la vicinanza, l’autonomia, la fiducia e la paura della perdita. È importante non trasformarle in etichette diagnostiche. Nessuna persona coincide completamente con una categoria e il modo di stare in relazione può variare anche in funzione delle esperienze e del partner. Possiamo però riconoscere alcune grandi tendenze:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attaccamento sicuro: «posso amarti senza perdermi»</strong><br>Chi presenta prevalentemente un attaccamento sicuro tende a vivere l’intimità senza percepirla come una minaccia. Può chiedere aiuto quando ne ha bisogno e, nello stesso tempo, tollerare l’autonomia dell’altro. Amore, amicizia, fiducia, comprensione, sostegno e capacità di perdonare possono convivere all’interno dello stesso rapporto. La relazione non richiede una continua verifica dell’amore dell’altro. Si può essere vicini senza fondersi e separati senza sentirsi abbandonati. La sicurezza non significa assenza di gelosia, conflitto o paura. Significa piuttosto possedere sufficienti risorse interiori e relazionali per attraversarli senza mettere continuamente in discussione l’esistenza stessa del legame.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attaccamento ansioso: «mi ami davvero?»</strong><br>Per chi presenta una modalità prevalentemente ansiosa o ambivalente, l’amore può assumere un’intensità straordinaria. Il bisogno dell’altro si accompagna alla paura di perderlo. Possono comparire una forte idealizzazione del partner, bisogno di rassicurazioni, gelosia, ipercoinvolgimento e particolare sensibilità ai segnali di distanza. La persona amata può diventare il centro attorno al quale sembra ruotare gran parte della propria sicurezza emotiva. Una risposta più fredda, un messaggio che tarda ad arrivare o un cambiamento apparentemente insignificante possono acquistare un peso enorme. È una forma d’amore nella quale il desiderio di vicinanza rischia talvolta di trasformarsi nella necessità di ricevere continuamente la conferma che il legame esiste ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attaccamento evitante: «posso amare senza avere bisogno di te»</strong><br>Al polo opposto troviamo chi tende a proteggersi dalla vulnerabilità mantenendo una maggiore distanza emotiva. L’intimità può essere desiderata e contemporaneamente vissuta come pericolosa. Queste persone possono valorizzare fortemente l’indipendenza, faticare a mostrare i propri bisogni affettivi o sentirsi a disagio di fronte alle richieste di vicinanza del partner. Non significa necessariamente che provino meno emozioni. Talvolta significa aver imparato a <strong>non affidarsi troppo alle emozioni e agli altri</strong>. La relazione può allora essere maggiormente costruita sulla condivisione, sull’amicizia, sulla razionalità o sulla reciproca autonomia, mentre gli aspetti più vulnerabili del legame rimangono protetti e meno accessibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Attaccamento disorganizzato: quando vicinanza e paura convivono</strong><br>Esistono infine configurazioni più complesse nelle quali il bisogno di vicinanza può convivere con una profonda paura della relazione. L’altro viene cercato e, nello stesso tempo, temuto. Avvicinarsi può produrre sicurezza, ma anche allarme; allontanarsi può proteggere, ma contemporaneamente riattivare il bisogno dell’altro. Nelle relazioni adulte questo può tradursi in oscillazioni difficili da comprendere: desiderare intensamente l’intimità e poi respingerla quando diventa possibile.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Due persone possono dire «ti amo» e vivere due esperienze completamente diverse</h3>



<p class="wp-block-paragraph">È forse questo uno degli aspetti più importanti della teoria dell’attaccamento applicata alla coppia. Tendiamo spontaneamente a utilizzare noi stessi come misura dell’esperienza dell’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se mi ama, dovrebbe desiderare ciò che desidero io.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se mi ama, dovrebbe cercarmi quando io vorrei essere cercato.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se ha bisogno di stare solo, allora significa che non tiene abbastanza a me.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se mi ama, dovrebbe capire che ho bisogno dei miei spazi.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che due persone possono amarsi e, nello stesso tempo, possedere mappe relazionali profondamente differenti. Ciò che per uno significa vicinanza, per l’altro può essere vissuto come invasione. Ciò che per uno significa libertà, per l’altro può essere percepito come abbandono. Ed è proprio qui che molti conflitti di coppia diventano comprensibili sotto una luce diversa. Non si litiga soltanto per un messaggio non inviato, per una serata trascorsa separatamente o per una richiesta di maggiore attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro quei comportamenti possono esserci domande molto più profonde:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Posso fidarmi di te?»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Rimarrai con me?»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Posso essere vicino a te senza perdere me stesso?»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Se ti mostro ciò di cui ho bisogno, continuerai ad amarmi?»</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">Le nostre prime relazioni ci influenzano, ma non ci condannano</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare di attaccamento comporta un rischio: trasformare la storia infantile in una spiegazione deterministica della vita adulta. Ma lo sviluppo umano non funziona così. I modelli costruiti nelle prime relazioni possiedono una certa stabilità proprio perché tendono a organizzare le esperienze successive, ma <strong>stabilità non significa immutabilità</strong>. L’essere umano continua a svilupparsi nell’incontro tra la propria storia e l’ambiente relazionale. Un’amicizia profonda, una relazione sentimentale sufficientemente sicura, esperienze significative della vita e un percorso psicoterapeutico possono introdurre qualcosa che la vecchia mappa non prevedeva. L’altro può rispondere diversamente da come ci aspettavamo. Possiamo scoprire che mostrare un bisogno non conduce necessariamente al rifiuto. Che una separazione non equivale sempre a un abbandono. Che possiamo essere amati senza dover continuamente conquistare l’amore. O che è possibile affidarsi a qualcuno senza perdere la propria autonomia. Quando esperienze nuove vengono vissute con sufficiente intensità e continuità, le nostre mappe possono progressivamente modificarsi.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Dalla ripetizione alla possibilità di scegliere</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Comprendere il proprio stile di attaccamento non significa quindi trovare un’altra etichetta con cui definirsi. Significa iniziare a osservare <strong>come costruiamo le nostre relazioni</strong>. Cosa accade dentro di noi quando percepiamo l’altro distante? Come chiediamo vicinanza? Cosa facciamo quando qualcuno ha bisogno di noi? Quanto riusciamo ad affidarci? Quanto tolleriamo la separazione? E soprattutto: quanto di ciò che accade nella relazione appartiene veramente al presente e quanto, invece, viene interpretato attraverso mappe costruite molto tempo prima?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La consapevolezza, da sola, non sempre basta a cambiare questi schemi, perché essi non sono costituiti soltanto da pensieri: sono intrecciati con emozioni, aspettative e modalità relazionali apprese nel corso della nostra storia. Per questo il cambiamento diventa particolarmente significativo quando, oltre a comprendere qualcosa di noi stessi, possiamo<strong> fare un’esperienza diversa</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la psicoterapia può diventare uno spazio nel quale osservare i propri modi abituali di entrare in relazione e sperimentare nuove possibilità: una relazione nella quale avvicinarsi senza essere invasi, affidarsi senza perdere autonomia, esprimere un bisogno senza doverne provare vergogna. Il passato continua certamente a vivere dentro di noi. Ma non è obbligato a ripetersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le nostre prime relazioni contribuiscono a tracciare la mappa con cui iniziamo il viaggio. Crescere significa anche scoprire che <strong>una mappa non è il territorio e, soprattutto, può essere ridisegnata</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Cinque domande per riflettere sul proprio modo di amare</h3>



<ol class="wp-block-list">
<li>Quando una persona importante per me si allontana, cosa accade dentro di me?</li>



<li>Riesco a chiedere conforto oppure tendo a nascondere i miei bisogni?</li>



<li>Nelle relazioni ho più paura di essere abbandonato o di perdere la mia libertà?</li>



<li>Mi è capitato di ritrovarmi più volte all’interno di dinamiche affettive simili?</li>



<li>Riesco a vivere il partner come una base sicura: qualcuno a cui posso essere profondamente legato e dal quale, proprio per questo, posso anche allontanarmi per esplorare liberamente la mia vita?</li>
</ol>



<p class="wp-block-paragraph">Forse comprendere il nostro modo di amare non serve a stabilire una volta per tutte <em>chi siamo</em>. Serve a riconoscere <strong>da dove partiamo</strong>, per poter scegliere con maggiore libertà dove vogliamo andare.</p>
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		<title>Ipnosi: tra storia, scienza e consapevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 15:18:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’ipnosi affonda le sue radici in pratiche antiche, presenti in diverse culture sotto forme rituali e meditative. Tuttavia, il suo sviluppo in chiave moderna prende avvio in Europa nel XVIII secolo con Franz Anton Mesmer&#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’ipnosi affonda le sue radici in pratiche antiche, presenti in diverse culture sotto forme rituali e meditative. Tuttavia, il suo sviluppo in chiave moderna prende avvio in Europa nel XVIII secolo con <strong>Franz Anton Mesmer</strong>, che introdusse il concetto di “magnetismo animale”. Sebbene le sue teorie non siano oggi considerate scientificamente valide, rappresentarono un passaggio fondamentale verso quella che può essere considerata a tutti gli effetti una prima forma di psicoterapia.</p>



<span id="more-794"></span>



<p class="wp-block-paragraph">Una svolta decisiva avvenne nel 1843 grazie al medico scozzese <strong>James Braid</strong>, oftalmologo, che coniò il termine ipnosi e ne propose una lettura rigorosa e scientifica, liberandola dalle interpretazioni esoteriche. Da quel momento, l’ipnosi iniziò a essere studiata come fenomeno psicofisiologico. <br></p>



<figure class="wp-block-image alignleft size-large is-resized"><img decoding="async" width="1110" height="740" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/05/dali-ipnosi-1110x740.jpg" alt="ipnosi lucca empoli" class="wp-image-795" style="width:400px" srcset="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/05/dali-ipnosi-1110x740.jpg 1110w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/05/dali-ipnosi-730x487.jpg 730w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/05/dali-ipnosi-768x512.jpg 768w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/05/dali-ipnosi-1536x1024.jpg 1536w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2026/05/dali-ipnosi.jpg 1800w" sizes="(max-width: 1110px) 100vw, 1110px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nel <strong>XIX secolo</strong>, Jean-Martin Charcot, presso l’ospedale della Salpêtrière di Parigi, contribuì a consolidarne lo studio clinico, utilizzandola nell’ambito delle patologie del sistema nervoso. Il suo lavoro influenzò profondamente anche Sigmund Freud, che inizialmente utilizzò l’ipnosi prima di orientarsi verso lo sviluppo della psicoanalisi.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso del Novecento, l’ipnosi si evolve ulteriormente grazie a <strong>Milton Erickson</strong>, il padre dell’ipnosi moderna. Il suo approccio, indiretto e permissivo, pone al centro <strong>le risorse dell’individuo</strong> e la sua capacità di attivare processi di cambiamento. Su questa linea si inseriscono anche contributi successivi, tra cui quelli di Ernest Lawrence Rossi e, in ambito più applicativo, Richard Bandler (PNL).<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante questo sviluppo scientifico, l’ipnosi è ancora oggi circondata da numerosi <strong>falsi miti</strong>. Iniziamo a sfatarli: l’ipnosi <strong>non</strong> è uno stato di sonno, <strong>né</strong> implica perdita di controllo. Durante l’esperienza ipnotica la persona rimane consapevole e non può essere indotta a compiere azioni contro la propria volontà. Non si tratta di uno strumento per “scoprire verità nascoste”, né di una condizione da cui si rischia di non uscire. Al contrario, <strong>l’ipnosi è uno stato naturale della mente</strong>, che ciascuno sperimenta spontaneamente più volte al giorno, ad esempio quando è profondamente immerso in un’attività. La differenza, nell’ipnosi indotta, risiede nella possibilità di guidare e utilizzare intenzionalmente questo stato speciale di coscienza a vantaggio della persona.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Durante la trance ipnotica si attiva un particolare stato psicofisico che consente di influire positivamente sulle condizioni psichiche, somatiche e viscerali dell’individuo</strong> (<em>Granone, 1960</em>). Studi neurofisiologici hanno evidenziato il coinvolgimento di specifiche frequenze elettroencefalografiche associate a processi di attenzione consapevole e integrazione delle informazioni (Pascual-Leone et al., 1999). Allo stesso tempo, la riduzione del dolore e dello stress percepito appare correlata a una modulazione dell’attività cerebrale, inclusa una diminuzione dell’attività gamma in alcune aree frontali (Pascual-Leone et al., 2004).<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, oggi, l’ipnosi si configura come uno strumento efficace per il <strong>benessere psicofisico</strong>. Permette di <strong>sviluppare un maggiore senso di controllo</strong>, di ridurre <strong>stress</strong> e <strong>ansia</strong>, di intervenire nella gestione del <strong>dolore</strong> e di accedere in modo più diretto alle proprie <strong>risorse</strong>. Un aspetto particolarmente rilevante è la possibilità di apprendere l’<strong>autoipnosi</strong>, al fine di rendere la persona progressivamente autonoma nella regolazione del proprio equilibrio fisico, emotivo e mentale.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel mio lavoro clinico, l’ipnosi viene utilizzata come strumento integrato nella psicoterapia. Le sue applicazioni spaziano dal trattamento dei <strong>disturbi d’ansia</strong>, dei <strong>disturbi psicosomatici</strong>, delle <strong>fobie</strong> e della <strong>depressione</strong>, dei <strong>problemi di natura sessuale</strong>, fino al raggiungimento degli obiettivi personali, allo sviluppo delle risorse individuali e al <strong>miglioramento della performance</strong> (scolastiche, sportive, relazionali).<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se desideri approfondire e conoscere le potenzialità dell’<strong>ipnosi</strong> all’interno di un percorso personalizzato di psicoterapia, puoi scrivermi o contattarmi attraverso le modalità indicate sul sito per un primo appuntamento negli studi di <strong>Lucca</strong> o <strong>Empoli</strong>.<br></p>



<p class="has-text-align-center wp-block-paragraph"><em>“L’ipnosi non altera la persona: le permette di diventare più pienamente se stessa.”</em><br>Milton H. Erickson</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riferimenti bibliografici</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Braid, J. (1843). Neurypnology: or the Rationale of Nervous Sleep. London: John Churchill.</li>



<li>Charcot, J.-M. (1882). Leçons sur les maladies du système nerveux. Paris: Delahaye.</li>



<li>Erickson, M. H., &amp; Rossi, E. L. (1980). The Collected Papers of Milton H. Erickson on Hypnosis. New York: Irvington.</li>



<li>Freud, S. (1895). Studi sull’isteria.</li>



<li>Granone, F. (1960). Trattato di ipnosi. Torino: UTET.</li>



<li>Pascual-Leone, A., et al. (1999). Transcranial magnetic stimulation and neuroplasticity.</li>



<li>Pascual-Leone, A., et al. (2004). Plasticity of the sensorimotor cortex representation of the reading finger in Braille readers.</li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://edoardoguerrieri.it/ipnosi-tra-storia-scienza-e-consapevolezza/">Ipnosi: tra storia, scienza e consapevolezza</a> proviene da <a href="https://edoardoguerrieri.it">Dott. Edoardo Guerrieri</a>.</p>
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		<title>Ipocondria: sintomi, cause e come affrontarla con la psicoterapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 10:46:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[ipocondria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nella storia di molte persone, in cui la paura prende il sopravvento. La paura di ammalarsi, di avere qualcosa di grave che nessuno vede, di sentire un sintomo e pensare che sia il preludio di una diagnosi terribile. &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">C’è un momento, nella storia di molte persone, in cui la paura prende il sopravvento. La <strong>paura di ammalarsi</strong>, di avere qualcosa di grave che nessuno vede, di sentire un sintomo e pensare che sia il preludio di una diagnosi terribile. Chi vive l’ipocondria, o <strong>disturbo d’ansia per la salute</strong>, non è una persona “esagerata” o “malata immaginaria”: è una persona che <em>soffre davvero</em>. Spesso arriva in terapia dopo anni di solitudine emotiva, incomprensioni e giudizi, con il corpo in allarme e la mente esausta. Portando un dolore che nessuno vede ma che consuma dall’interno. E proprio qui, in questo spazio di fragilità profonda, comincia il lavoro terapeutico.</p>



<span id="more-760"></span>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Cos’è l’ipocondria? Una paura reale, non immaginaria</strong><br></p>



<figure class="wp-block-image alignleft size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="427" height="292" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2025/11/ipocondria-web.jpg" alt="" class="wp-image-761" style="width:370px"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph">L’ipocondria è una condizione psicologica complessa in cui la persona sviluppa un’attenzione intensa e costante verso il proprio corpo e le sue sensazioni. Un lieve formicolio, una tensione muscolare, un battito percepito in modo diverso diventano segnali minacciosi. La mente ipocondriaca costruisce scenari catastrofici non per fantasia, ma per <strong>proteggersi</strong>. È un tentativo — disperato ma sincero — di tenere sotto controllo qualcosa che appare incontrollabile: la possibilità di ammalarsi. Questa paura diventa pervasiva e interferisce con la vita quotidiana, con le relazioni, con la serenità più semplice: uscire, lavorare, dormire, respirare.<br></p>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I sintomi dell’ipocondria</strong><br>L’ipocondria può manifestarsi in molti modi:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>attenzione continua al corpo ed ai suoi minimi cambiamenti</li>



<li>interpretazione catastrofica di sintomi comuni ed innocui</li>



<li>ricerca continua di rassicurazioni da medici, familiari, internet</li>



<li>visite, esami e controlli ripetuti</li>



<li>oppure evitamento totale dei controlli per paura del risultato</li>



<li>ansia persistente, difficile da gestire</li>



<li>difficoltà nelle relazioni, nel lavoro e nella vita sociale</li>
</ul>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando il corpo diventa un nemico: la sofferenza nascosta</strong><br>Chi soffre di ipocondria spesso racconta un vissuto struggente: “<em>Non mi sente nessuno. Mi dicono che esagero. Ma io sto male davvero</em>.” E hanno ragione. L’ansia per la salute può diventare così intensa da togliere colore alla vita, come scrive Dani Shapiro, è “un piccolo demone” che accompagna ogni giornata. Un demone che sfianca, svuota, logora. In questa solitudine emotiva, molte persone arrivano a credere di non meritare comprensione. Si vergognano della loro paura, si convincono di essere un peso. E questo alimenta ancora più ansia, ancora più attenzione al corpo, ancora più sofferenza. L’ipocondria non nasce dal nulla: è un tentativo di protezione, di gestione, di sopravvivenza emotiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché si sviluppa l’ipocondria? Le cause più comuni</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Le origini dell’ipocondria sono molteplici. Tra le più frequenti:</li>



<li>esperienze di malattia o traumi fisici, propri o familiari</li>



<li>una predisposizione ansiosa o uno stile di attaccamento insicuro</li>



<li>periodi di forte stress emotivo</li>



<li>difficoltà nell’esprimere emozioni</li>



<li>educazione orientata al controllo o alla paura della malattia</li>



<li>“cybercondria”: ricerche online che amplificano il terrore</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le conseguenze nella vita quotidiana</strong><br>Questa condizione può influire profondamente sulla qualità della vita:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>relazioni familiari tese o appesantite</li>



<li>isolamento sociale</li>



<li>difficoltà a lavorare o concentrarsi</li>



<li>dipendenza da farmaci, controlli, visite</li>



<li>riduzione dell’autonomia personale</li>



<li>perdita di energie vitali e motivazione</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">La persona vive dentro un circolo vizioso fatto di paura → sintomi → ansia → ricerca di rassicurazioni → sollievo breve → ritorno della paura. È un vortice da cui è difficile uscire da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come la psicoterapia può aiutare davvero</strong><br>La psicoterapia è una delle strade più efficaci per affrontare l’ipocondria. Il suo scopo non è “convincere” che non ci sia nulla di grave, ma <strong>modificare la percezione del corpo</strong>, della malattia e del concetto stesso di fragilità umana. Attraverso un percorso terapeutico mirato è possibile: imparare a tollerare l’incertezza, riconoscere le emozioni che stanno dietro ai sintomi, ridurre l’attenzione ossessiva al corpo, cambiare i pensieri catastrofici, ristabilire un senso di sicurezza interna, ritrovare fiducia nel proprio corpo, interrompere il ciclo di paura e rassicurazioni. Tecniche come la <strong>terapia breve strategica</strong>, la <strong>regolazione emotiva</strong>, l’<strong>ipnosi</strong> possono aiutare ad aprire spazi nuovi di libertà mentale e corporea. La psicoterapia permette di ricostruire un equilibrio: non più l’idea che ogni sensazione sia una minaccia, ma la comprensione profonda che essere umani significa, inevitabilmente, essere vulnerabili; e che questa vulnerabilità non è un pericolo, ma una condizione condivisa. Con il tempo, con un percorso terapeutico adeguato e con una comprensione più compassionevole di sé, è possibile ritrovare un nuovo modo di abitare il proprio corpo e la propria vita. Non più come un campo minato, ma come uno spazio da riscoprire con calma, cura e gentilezza.</p>
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		<title>Liberarsi dal confronto: crescita personale e autostima nella società dei modelli perfetti</title>
		<link>https://edoardoguerrieri.it/il-male-psicologico-nella-cultura-consumistica-accettarsi-per-come-siamo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2022 15:26:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo in una società che ci chiede costantemente di essere diversi da come siamo.<br />
La cultura consumistica occidentale alimenta un ideale di benessere fondato sull’immagine, sul possesso e sulla performance. Questo modello influenza la nostra autostima, la percezione di noi stessi e i nostri percorsi di crescita personale, generando insicurezza e malessere emotivo.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Viviamo in una società che ci chiede costantemente di essere diversi da come siamo.</strong> La cultura consumistica occidentale alimenta un ideale di benessere fondato sull’immagine, sul possesso e sulla performance. Questo modello influenza la nostra <strong>autostima</strong>, la percezione di noi stessi e i nostri percorsi di <strong>crescita personale</strong>, generando insicurezza e malessere emotivo.</p>



<span id="more-227"></span>



<figure class="wp-block-image alignleft is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1280" height="720" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2022/09/siamo_fragili_psico.jpg" alt="siamo fragili psico" class="wp-image-226" style="aspect-ratio:1.7854077253218885;width:371px;height:auto" srcset="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2022/09/siamo_fragili_psico.jpg 1280w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2022/09/siamo_fragili_psico-730x411.jpg 730w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2022/09/siamo_fragili_psico-1110x624.jpg 1110w, https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2022/09/siamo_fragili_psico-768x432.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ogni giorno siamo sommersi da immagini e narrazioni che suggeriscono come dovremmo vivere, apparire o avere successo. Questo bombardamento continuo crea un immaginario collettivo che ci allontana dalla nostra identità autentica, contribuendo a far crescere ansia, frustrazione e senso di inadeguatezza.<br>Riconoscere questo meccanismo è il primo passo per ritrovare sicurezza interiore e avviare un <strong>cambiamento personale </strong>più consapevole.</p>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Appartenenza e uniformazione: quando il bisogno di essere accettati diventa un limite</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo esseri emotivi, sensibili e vulnerabili. Tuttavia la società consumistica ci fa percepire la vulnerabilità come qualcosa da evitare, quasi fosse un ostacolo. Il bisogno naturale di appartenere a una coppia, a una famiglia, a un gruppo di amici o a una comunità più ampia può trasformarsi in pressione a uniformarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando adattiamo il nostro comportamento per paura di non essere accettati, alimentiamo senza accorgercene insicurezza, bassa autostima e difficoltà a riconoscere i nostri veri bisogni.</p>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Educati al confronto: il giudizio come ostacolo alla crescita personale</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte persone crescono in contesti dove il confronto e il giudizio esterno hanno un grande peso. I social media amplificano questa dinamica: basta scorrere lo schermo per sentirsi “indietro”, “non abbastanza”, “non all’altezza”. Tuttavia, se concentriamo l’attenzione esclusivamente sulle responsabilità esterne, rischiamo di trascurare una domanda decisiva: cosa possiamo fare, oggi, per recuperare sicurezza e favorire un vero percorso di crescita personale? <strong>Prendere distanza dal “normale”</strong>: la via per ritrovare sé stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ritrovare un equilibrio emotivo richiede, a volte, il coraggio di distanziarsi da ciò che consideriamo normale.<br>Significa sospendere per un momento il rumore esterno, osservare il nostro mondo interiore e interrogarci su quali credenze stiamo davvero portando avanti: sono davvero nostre o le abbiamo assorbite dalla cultura che ci circonda? Ascoltarsi non è facile: seguire i modelli esterni dà spesso l’illusione di sicurezza immediata.<br>Ma è proprio il confronto continuo a minare l’autostima e a ostacolare il <strong>cambiamento personale autentico</strong>.</p>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La trappola degli ideali irraggiungibili: quando nasce l’insicurezza</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardando immagini di persone note o influencer, è facile pensare: “<em>Dovrei essere così per stare bene. Dovrei avere ciò che hanno loro</em>.” È in quel momento che nasce il senso di mancanza. La cultura consumistica gioca proprio su questo vuoto costruito: più ci sentiamo inadeguati, più cerchiamo di colmarlo con ciò che ci viene proposto. L’insicurezza non nasce da ciò che siamo, ma da ciò che pensiamo di dover essere. Riconoscere la propria unicità è il fondamento della crescita personale. La vera protezione contro il confronto sociale è riscoprire la nostra unicità. È questo il nucleo dell’autostima: <strong>“Io sono questo. Mi riconosco, mi accetto, mi accolgo.”</strong> Da qui nasce un percorso di <strong>crescita personale</strong> sano, libero dal bisogno di imitare modelli irrealistici. La nostra diversità non è un difetto da correggere, ma una risorsa che dà profondità alla nostra identità.</p>



<div style="height:20px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Trasformare l’invidia in ammirazione: il cambiamento che libera</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando smettiamo di confrontarci e iniziamo a osservare la vita con curiosità e apertura, l’invidia può trasformarsi in ammirazione per quegli aspetti che possono fungere da esempio positivo e costruttivo. Il desiderio di crescere diventa autentico, non più una rincorsa alle aspettative degli altri, ma un movimento naturale verso ciò che sentiamo giusto per noi. La diversità è la nostra forma più alta di unicità: <em>“Io non sarò nessuno, ma nessuno sarà mai come me”</em> (J. D. Morrison).</p>
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		<title>La gelosia: una forma d’amore o di dipendenza?</title>
		<link>https://edoardoguerrieri.it/la-gelosia-una-forma-d-amore-o-di-dipendenza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Sep 2021 10:52:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[gelosia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La gelosia non esiste, esistono la paura e le ferite che ti porti dentro. La gelosia la troviamo là dove è presente la dipendenza, nelle relazioni in cui l’altro svolge o assolve una mancanza che ti accompagna da quando sei piccola o piccolo. Hai paura di essere ingannata o tradito? Non vuoi essere abbandonata/o: sei dipendente. Non si può costringere qualcuno ad amarci è una richiesta ridicola, l’amore non è un monopolio, nel momento in cui possiedi un essere vivente lo uccidi. La vita non può essere posseduta. Non la puoi tenere stretta in pugno: se la vuoi avere, devi tenere le mani aperte (Osho, 2007).&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>gelosia non esiste</strong>, esistono la paura e le ferite che ti porti dentro. La gelosia la troviamo là dove è presente la dipendenza, nelle relazioni in cui l’altro svolge o assolve una mancanza che ti accompagna da quando sei piccola o piccolo. Hai paura di essere ingannata o tradito? Non vuoi essere abbandonata/o: <strong>sei dipendente</strong>. Non si può costringere qualcuno ad amarci è una richiesta ridicola, l’amore non è un monopolio, nel momento in cui possiedi un essere vivente lo uccidi. La vita non può essere posseduta. Non la puoi tenere stretta in pugno: se la vuoi avere, devi tenere le mani aperte (<em>Osho</em>, 2007).</p>
<p><span id="more-224"></span><em><img loading="lazy" decoding="async" class=" alignleft  wp-image-223" style="margin: 5px; float: left;" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2021/09/gelosia_psicologo_1.jpg" alt="gelosia psicologo 1" width="357" height="193">Freud</em> nell’articolo del 1922 “Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, nella paranoia e nell’omosessualità” sostiene che la gelosia derivi sia dalla situazione attuale che dalla situazione infantile dell’Edipo e della rivalità fraterna. Nella gelosia si combinano <strong>lutto</strong>, <strong>ferita</strong> <strong>narcisistica</strong> e <strong>autocritica</strong>. Lo psicoanalista <em>Fenichel</em> (1935) fa notare che non necessariamente la più forte gelosia nasce là dove c’è stato l’amore più grande, anzi quelli che sono più inclini alla gelosia sono spesso incapaci delle forme d’amore più profonde (<em>P. Mollon</em>, 2002).</p>
<p style="text-align: justify;">La gelosia è un’<strong>esplosione violenta</strong>, improvvisa che spazza via i sentimenti di amore e di fiducia. E’ un tormento intenso ed invadente che si accompagna a potenti sensazioni fisiologiche. La gelosia implica il senso di una perdita effettiva o minacciata, ed il rivale incarna tutto ciò che il geloso pensa di non essere. Ti è stato insegnato a paragonarti, a confrontarti, ma il paragone è stupido perché non può essere oggettivo, ogni essere umano è incomparabile ed unico. Se desideri essere amato, augurati che sia per quello che sei, e non per ciò che hai o fai.</p>
<p style="text-align: justify;">La gelosia in una relazione può essere<strong> pericolosa</strong>. Purtroppo, molti crimini violenti nascono da questo sentimento che avvelena la lucidità di chi ne è preda al punto da creare nella mente del geloso idee deliranti e malesseri psicotici. E anche quando la gelosia non si trasforma in atti violenti, i litigi ed i controlli sul partner spesso sono la causa della fine di una relazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come posso superare la gelosia?</strong> Accettati, in qualsiasi modo tu sia. L’altro non è lì per riempire le tue mancanze, puoi vincere la dipendenza, tutto quello che ti serve è dentro di te: sei adulta/o. Se ami una persona e la lasci libera di essere, e la riconosci per quella che è, perché dovrebbe tradirti e rischiare di perdere un dono così grande? Se sceglie di esserti infedele, tu non puoi farci nulla, è una questione di responsabilità personale. Tu però non sei obbligata/o a stare in un rapporto che non ti fa sentire amata/o, trova il coraggio per spezzare la dipendenza ed incontrare altrove l’amore che desideri.</p>
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		<title>Il Dolore come gestirlo e superarlo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 May 2021 13:04:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[angoscia]]></category>
		<category><![CDATA[autostima]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dòlor -oris dal latino mi dolgo, mi sento male questo è il dolore un patimento fisico e psicologico che ci rende inermi ed impotenti, che ci prosciuga e ci ottenebra privandoci della lucidità. Per comprendere come riuscire ad affrontare il patimento dobbiamo tenere presente che ogni epoca ha elaborato modi diversi di concepire la sofferenza. Nella mitologia greca Algos era il dio del dolore e come racconta Esiodo nella sua opera Teogonia (VIII-VII a.c.) la sua discendenza trovava origine in una forza oscura e irrazionale che doveva essere accolta in modo fatalistico. Oggi faremmo di tutto per evitare il dolore: abusare di farmaci, di sostanze o di relazioni dannose. Insomma, il male deve essere sedato in tutti i modi perché non ci piace, ci spaventa e ci fa sentire sbagliati. E spesso, tutto questo genera un grande equivoco quello di associare la sofferenza alla patologia, ma si può stare male senza che questo significhi avere un disturbo psichico.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Dòlor -oris</em> dal latino mi dolgo, <strong>mi sento male</strong> questo è il dolore un patimento fisico e psicologico che ci rende inermi ed impotenti, che ci prosciuga e ci ottenebra privandoci della lucidità. Per comprendere come riuscire ad affrontare il patimento dobbiamo tenere presente che ogni epoca ha elaborato modi diversi di concepire la sofferenza. Nella mitologia greca<em> Algos</em> era il dio del dolore e come racconta Esiodo nella sua opera<em> Teogonia</em> (VIII-VII a.c.) la sua discendenza trovava origine in una forza oscura e irrazionale che doveva essere accolta in modo fatalistico. Oggi faremmo di tutto per <strong>evitare il dolore</strong>: abusare di farmaci, di sostanze o di relazioni dannose. Insomma, il male deve essere sedato in tutti i modi perché non ci piace, ci spaventa e ci fa sentire sbagliati. E spesso, tutto questo genera un grande equivoco quello di associare la sofferenza alla patologia, ma si può stare male senza che questo significhi avere un disturbo psichico.</p>
<p><span id="more-221"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nella maggior parte dei casi l’emozione del dolore emerge con tutta la sua potenza quando nella nostra vita <strong>viene a mancare</strong> qualcuno a cui siamo legati affettivamente o qualcosa che ci dà fiducia e stima. <em>John Bowlby</em> nel suo saggio sul processo del lutto dimostra che le risposte alla perdita dei bambini piccoli sono, a livello descrittivo, pressocché identiche a quelle che si osservano negli adulti. Il pianto e la collera hanno un grande rilievo tra i processi psicologici impegnati nella reazione ad una perdita, essi sono un mezzo per cercare di recuperare l’oggetto d’amore perduto. Il dolore, invece, indica la sequenza degli stati soggettivi che seguono la perdita ed accompagnano il lutto. Varie fasi si susseguono creando una lotta interiore tra il rifiuto, la negazione della perdita, e l’ostinato tentativo di recuperare quello che, oramai, non c’è più.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" alignleft size-full wp-image-220" style="margin-top: 5px; margin-right: 5px; float: left;" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2021/05/come-superare-il-dolore.jpg" alt="come superare il dolore" width="523" height="338" />Non è un caso che i filosofi che hanno scritto sulla felicità come <em>Epicuro</em> sostengano che essa si trovi nell’assenza di dolore. Lo stesso<em> Schopenhauer</em> recitava che <strong>l’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma l’assenza di dolore</strong>. Ovviamente i grandi saggi vogliono stimolarci alla misura e ricordarci di apprezzare le cose che abbiamo. Per primi, anch&#8217;essi, ben sapevano che soffrire è inevitabile nell’arco di una vita, e tutti ci siamo passati. Ma, il dolore non è soltanto un sadico scherzo del destino, esso ha anche delle funzioni positive; la vera sfida è riuscire a gestirlo, e spingere sé stessi oltre il suo limite. Per il drammaturgo <em>Eschilo</em> <strong>il dolore era la via maestra da percorrere per giungere alla conoscenza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, <strong>come possiamo cercare di gestire ed affrontare il dolore?</strong> Per <em>prima</em> cosa non possiamo né dobbiamo ignorarlo, far finta che non ci sia, ogni ferita ha i suoi tempi tecnici di guarigione. Da un punto di vista evoluzionistico il dolore ci dà un momento di stop, di recupero e di riflessione, ci avvicina agli altri e ci spinge a chiedere aiuto. <em>Secondo passo</em>, come scrive <em>Emil Cioran</em> dobbiamo <strong>consentirci di soffrire per cessare di soffrire</strong>, incontrare il dolore concedergli uno spazio ed un tempo nella giornata. <em>Terzo</em>, abbiamo l’obbligo di continuare a portare avanti i doveri della vita ed a prenderci cura della nostra persona.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accettare</strong> un cambiamento inaspettato e doloroso è un’impresa ardua, ma possibile. <em>Marcel Proust</em> diceva che: “la felicità è benefica al corpo, ma è il dolore che sviluppa le facoltà dello spirito”. Se facciamo questo senza evitare la sofferenza, arriverà il momento in cui la ferita sarà rimarginata, ed avremo rivelate risorse inaspettate come la <strong>capacità di riuscire a vincere le difficoltà</strong>. I periodi bui, ed i giorni grigi del dolore una volta superati ci lasciano più forti, non dobbiamo arrenderci mai, come recita il titolo di un libro di G. Nardone &#8220;non c&#8217;è notte che non veda il giorno&#8221;.</p>
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		<title>Autostima: l’amore perduto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 10:11:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tempi difficili per la nostra specie, privi di punti di riferimento e di modelli validi a cui ispirarsi, frastornati dai rapidi cambiamenti tecnologici e derubati delle nostre tradizioni viviamo in un momento storico in cui non avere una solida autostima è pericoloso. Senza l’amore per se stessi diventiamo facili prede, rapaci senza scrupoli volteggiano sulle nostre teste. Affamati e crudeli. Tutto è prodotto, da vendere e da acquistare, e così noi esseri umani ci aggrappiamo a quello che la società ci propina come rimedio contro l’infelicità. E’ l’immagine di un decadimento senza bellezza. Non è una questione morale, questa mia riflessione parla di amore, di quanto esso manchi al genere umano. Amore per gli altri, amore per la vita, amore per se stessi. L’autostima ed il rispetto per la propria persona sono armi, fendenti e scudi per scendere in battaglia. Per alzare la testa, per vivere bene, per riappropiarsi della libertà di essere unici, e orgogliosamente diversi l’uno dall’altro.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tempi difficili per la nostra specie, privi di punti di riferimento e di modelli validi a cui ispirarsi, frastornati dai rapidi cambiamenti tecnologici e derubati delle nostre tradizioni viviamo in un momento storico in cui non avere una solida autostima è pericoloso. <strong>Senza l’amore per se stessi diventiamo facili prede</strong>, rapaci senza scrupoli volteggiano sulle nostre teste. Affamati e crudeli. Tutto è prodotto, da vendere e da acquistare, e così noi esseri umani ci aggrappiamo a quello che la società ci propina come rimedio contro l’infelicità. E’ l’immagine di un decadimento senza bellezza. Non è una questione morale, questa mia riflessione parla di amore, di quanto esso manchi al genere umano. Amore per gli altri, amore per la vita, amore per se stessi. L’autostima ed il rispetto per la propria persona sono armi, fendenti e scudi per scendere in battaglia. Per alzare la testa, per vivere bene, per riappropiarsi della libertà di essere unici, e orgogliosamente diversi l’uno dall’altro.</p>
<p><span id="more-214"></span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" alignleft size-full wp-image-213" style="margin: 5px 10px 5px 0px; float: left;" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2020/06/Autostima-psicologo-empoli-lucca.jpg" alt="Autostima psicologo empoli lucca" width="483" height="320" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cos’è l’autostima?</strong> E’ sentire fiducia nelle proprie capacità di pensare e di superare le sfide della vita, è credere di meritare un’esistenza felice attraverso il diritto di affermare necessità e desideri. E’ dare voce al nostro sentire, è scegliere di vivere per come siamo e non per come ci vogliono gli altri. Se per essere amati dobbiamo dimenticare chi siamo, trasformarci nell’aspetto e nel cuore, quale amore crediamo di ottenere? Chi mi vuole per quello che faccio, per quello che rappresento, per come ho i capelli, il seno o i fianchi, mi ama veramente? Dobbiamo uscire dal gregge, stiamo camminando su corde consumate, e sotto, il vuoto si sfrega le mani e ci attende. Qualcuno potrebbe affermare: ma non corriamo il rischio di diventare egoisti? No, vi dico che se viviamo con consapevolezza, l’egoismo si trasforma in un vezzo da vecchi moralisti. Affermarsi, non vuol dire schiacciare l’altro. Scegliere un partner che amo, ma che la mia famiglia non accetta, non è egoismo. Non dobbiamo dimenticare che la nostra vita ci appartiene. Chi vuol farci vivere in un modo diverso da quello che sentiamo essere il nostro, è cieco, non prova a capire, non riesce a vedere. Abbiamo il dovere di scoprirci coraggiosi. Altrimenti non c’è via di scampo alla sofferenza, alla solitudine, all’insoddisfazione, alla nevrosi, alla dipendenza, alla violenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove iniziare?</strong> Dall’ascolto, dal prendere il tempo per dar voce a quello che abbiamo dentro con consapevolezza. Stringendo i pugni, senza indietreggiare davanti a chi ci mette i muri, e cerca di farci sentire in colpa. Un altro caposaldo per un’autostima forte è assumere la piena responsabilità della propria esistenza. “Seguite la luce, camminate su strade meno battute, riscoprite la bellezza di essere diversi. Osate e amate.” Allora, sì che questa vita può cambiare, come nel mito di Sisifo che seppur condannato per l’eternità a portare il suo macigno, nel momento in cui fa ritorno ai pedi della montagna, si riprende la sua libertà, in quell’istante è di nuovo libero, stanco, ma libero.</p>
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		<title>La separazione genitoriale: gli effetti sui figli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 17:37:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[genitori separati e figli]]></category>
		<category><![CDATA[separazione genitoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando due persone arrivano alla decisione di separarsi, solitamente, sono consumate e prosciugate dal dolore, dai conflitti e dalle incomprensioni. Spesso le motivazioni, che rendono ineluttabile la fine della relazione, sono chiare ad entrambi i coniugi, ciò nonostante può succedere che questi procrastino il momento dello scioglimento formale della loro unione. Perché questo accade? A complicare le cose ci pensano la preoccupazione per il giudizio degli altri (genitori, parenti, amici), il confronto con il fallimento e, soprattutto, il dover affrontare i figli. Nel genitore esplode l’ansia di poter deludere e far soffrire, ed il timore di poter arrecare un danno psicologico che comprometta il futuro del figlio. Certo, la separazione è uno dei cambiamenti più dolorosi nella vita di un individuo, ma, dobbiamo dire che non è l’unico, e da esso possono scaturire una serie di effetti che non sono soltanto negativi, in alcune realtà si hanno anche conseguenze costruttive.&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando due persone arrivano alla decisione di separarsi, solitamente, sono consumate e prosciugate dal dolore, dai conflitti e dalle incomprensioni. Spesso le motivazioni, che rendono ineluttabile la fine della relazione, sono chiare ad entrambi i coniugi, ciò nonostante può succedere che questi procrastino il momento dello scioglimento formale della loro unione. <strong>Perché questo accade?</strong> A complicare le cose ci pensano la preoccupazione per il giudizio degli altri (genitori, parenti, amici), il confronto con il fallimento e, soprattutto, il dover affrontare i figli. Nel genitore esplode l’ansia di poter deludere e far soffrire, ed il timore di poter arrecare un danno psicologico che comprometta il futuro del figlio. Certo, la separazione è uno dei cambiamenti più dolorosi nella vita di un individuo, ma, dobbiamo dire che non è l’unico, e da esso possono scaturire una serie di effetti che non sono soltanto negativi, in alcune realtà si hanno anche conseguenze costruttive.</p>
<p><span id="more-210"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" alignleft size-full wp-image-209" style="margin-right: 5px; margin-bottom: 5px; float: left;" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2020/03/la_separazione_dei_genitori.jpg" alt="la separazione dei genitori" width="500" height="323" />Cerchiamo, per quanto possibile in questo breve contributo, di descrivere quelle che possono essere alcune problematicità dello scioglimento familiare. Può accadere che durante le prime tappe della separazione compaiano (soprattutto nei bambini da 3 anni in su) sintomi regressivi (ovvero tipici di età precedenti) quali l’enuresi notturna, la paura di dormire da soli, risvegli notturni frequenti, capricci al momento dei pasti, rabbia verso uno o entrambi i genitori, rifiuto di studiare o fare i compiti e così via. Nei ragazzi più grandi possono invece comparire atteggiamenti di ribellione o provocazione; tipico è il tentativo degli adolescenti di inserirsi nello spazio creato dalla separazione per fare cose che in precedenza non erano concesse, <strong>cercando nel &lt;&lt;trauma&gt;&gt; l’alibi</strong> per uscire dagli schemi precedenti e trasgredire le regole prestabilite. Queste espressioni di disagio emotivo non vanno confuse con disturbi veri e propri, poiché rappresentano una prima reazione al cambiamento ed al turbamento innescato dalla separazione. Si osserva, infatti, a breve un ristabilirsi dell’equilibrio precedente, che con un po&#8217; di calma e regole ben poste, non può non tornare (Cagnoni, Nardone &#8211; <em>“Aiutare i genitori ad aiutare i figli”</em> 2012).</p>
<p style="text-align: justify;">Per superare la separazione dei genitori e non rimanere intrappolati sotto alle macerie, occorre, come sostiene Emery: <strong>vivere il lutto</strong>. I figli devono attraversare le fasi necessarie per riuscire ad elaborare la perdita, quindi una prima fase di negazione o rifiuto, che anticipa manifestazioni di rabbia verso uno o entrambi i genitori, fratelli o sorelle, e compagni di scuola. Non è raro, superata questa fase, il tentativo di riavvicinare i genitori con ricatti emotivi o alleanze manipolatorie; seguono paura e momenti di tristezza che sono sintomatici della fase depressiva dell’elaborazione della perdita. Poi, per la maggior parte dei bambini arriva il tempo dell’accettazione, un nuovo equilibrio si fa spazio, e lo stabilirsi della nuova situazione familiare favorisce la conferma e l’attenzione affettiva necessaria al bambino per ritrovare la serenità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nemico più grande per la salute psicologica di un figlio, di genitori divisi, non è la separazione, ma il <strong>conflitto</strong>; numerose sono le ricerche che evidenziano la correlazione tra conflittualità e malessere psicologico (Elliot e Richards, 1992; Jenkins, Smith, 1990). L’odio che si accende in queste guerre dei “Roses” non trova vincitore proclamando la sconfitta di tutta la famiglia; <strong>&lt;&lt;separarsi bene&gt;&gt;</strong> deve essere l’obiettivo della coppia, al fine di superare in fretta la tempesta. La vita può separarci, allontanandoci, ma il nostro passato può essere rispettato, ricordando che dall’altra parte c’è una persona che un tempo abbiamo amato.</p>
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		<title>Adolescenza: la tempesta del cambiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 17:22:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’etimologia della parola adolescenza deriva dal latino adolescens, e sta ad indicare colui che si sta nutrendo, mentre il termine adulto, che ha origine dalla stessa radice, corrisponde a colui che si è nutrito; questa differenza segna la meta implicita di questo periodo di vita: crescere, strutturarsi, formarsi, raggiungere una propria identità. Quando ha inizio questa fase dello sviluppo? La pubertà, cioè il momento della maturazione biologica, segna l’inizio dell’adolescenza; tuttavia, questi cambiamenti fisici non hanno un esordio preciso e possono andare da un range di 9-10 anni ai 13-14 anni. La tempesta del cambiamento avviene nel corpo, nella mente e nei comportamenti.&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’etimologia della parola <strong>adolescenza</strong> deriva dal latino <em>adolescens</em>, e sta ad indicare <em>colui che si sta nutrendo</em>, mentre il termine <strong>adulto</strong>, che ha origine dalla stessa radice, corrisponde a <em>colui che si è nutrito</em>; questa differenza segna la meta implicita di questo periodo di vita: crescere, strutturarsi, formarsi, raggiungere una propria identità. <strong>Quando ha inizio questa fase dello sviluppo? </strong>La pubertà, cioè il momento della maturazione biologica, segna l’inizio dell’adolescenza; tuttavia, questi cambiamenti fisici non hanno un esordio preciso e possono andare da un range di 9-10 anni ai 13-14 anni. La tempesta del <strong>cambiamento</strong> avviene nel <strong>corpo</strong>, nella <strong>mente</strong> e nei <strong>comportamenti</strong>.</p>
<p><span id="more-207"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-642 size-full" style="margin-right: 5px; margin-bottom: 5px; margin-top: 5px; float: left;" src="https://edoardoguerrieri.it/wp-content/uploads/2020/03/depressione-lucca-empoli-adolescenti.png" alt="" width="500" height="331" />Evidenti sono le metamorfosi legate alla <em>maturazione sessuale</em>; queste quando avvengono rapidamente possono cogliere impreparati i ragazzi ed essere causa di problemi di accettazione, dismorfofobie o disturbi alimentari. La <strong>sessualità</strong> entra in scena in maniera dirompente stimolando la curiosità e la voglia di nuove sensazioni, per esempio attraverso la masturbazione; si aggiunge il desiderio di mettersi alla prova o di scacciare eventuali timori legati all’omosessualità. Una trasformazione della <strong>mente</strong> riguarda la capacità di ragionare in astratto, si sviluppa quello che viene chiamato il <em>pensiero ipotetico-deduttivo</em> che consente ai giovani di dar vita ai primi progetti, secondo Piaget, il pensiero in questa fase dello sviluppo si stacca da un contenuto esclusivamente concreto per arrivare a costruire ipotesi che tengono conto del possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro cambiamento è il “distanziamento” dalla <strong>famiglia</strong> in favore del gruppo dei coetanei, alla ricerca di un luogo in cui testarsi e sviluppare una nuova immagine di sé. Questo processo di separazione ed individuazione può far emergere, nell’adolescente, sentimenti di isolamento, di solitudine, di rabbia e di aggressività dando vita ad una danza emozionale che oscilla tra la sete di autonomia ed il bisogno di dipendenza. Nel confronto con i pari sono l’immagine, la disponibilità di accesso ai beni materiali, la cultura di origine e quella acquisita a costituire variabili decisive per lo sviluppo di vissuti di inferiorità o al contrario di fiducia e di stima.</p>
<p style="text-align: justify;">L’adolescenza rappresenta un’età di transizione, di passaggio, di trasgressione, il mestiere dei giovani è quello di mettere in discussione e rifiutare le regole del mondo adulto, vanno ritenuti fisiologici anche certi comportamenti aggressivi, quando non arrivano ad essere eccessivi. Il compito educativo della famiglia è cruciale e si muove su due dimensioni fondamentali: l’<strong>accettazione</strong> ed il <strong>controllo</strong>, il mix di questi due aspetti modula lo stile parentale che può essere permissivo, autoritario o autorevole. Il genitore deve riuscire nell’impresa di sviluppare una competenza genitoriale che lo elegga a guida ed a figura di sostegno dell’adolescente con regole ed atteggiamenti flessibili ed autorevoli, che stimolino nel ragazzo la motivazione ad affrontare in prima persona gli ostacoli e le prove della vita. L’assunzione di responsabilità e l’autonomia sono il fine ultimo di questa fase, il loro raggiungimento stabilisce il passaggio del ragazzo all’età adulta.</p>
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