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Non tutti amano allo stesso modo: gli stili di attaccamento nelle relazioni di coppia

Due persone possono amarsi profondamente e, tuttavia, vivere la relazione in modi molto diversi. C’è chi riesce ad affidarsi all’altro senza temere continuamente di perderlo, chi ha bisogno di frequenti rassicurazioni e chi, al contrario, tende a proteggere la propria autonomia mantenendo una certa distanza emotiva.

Quando entriamo in una relazione, infatti, non portiamo con noi soltanto sentimenti e desideri, ma anche aspettative, paure e modalità apprese di vivere la vicinanza e la separazione. La teoria dell’attaccamento ci aiuta a comprendere alcune di queste differenze e, soprattutto, perché davanti allo stesso comportamento del partner persone diverse possano reagire in maniera profondamente differente.

Gli stili di attaccamento nelle relazioni di coppia

Le ricerche sull’attaccamento hanno individuato differenti modalità attraverso cui le persone tendono a vivere la vicinanza, l’autonomia, la fiducia e la paura della perdita. È importante non trasformarle in etichette diagnostiche. Nessuna persona coincide completamente con una categoria e il modo di stare in relazione può variare anche in funzione delle esperienze e del partner. Possiamo però riconoscere alcune grandi tendenze:

Attaccamento sicuro: «posso amarti senza perdermi»
Chi presenta prevalentemente un attaccamento sicuro tende a vivere l’intimità senza percepirla come una minaccia. Può chiedere aiuto quando ne ha bisogno e, nello stesso tempo, tollerare l’autonomia dell’altro. Amore, amicizia, fiducia, comprensione, sostegno e capacità di perdonare possono convivere all’interno dello stesso rapporto. La relazione non richiede una continua verifica dell’amore dell’altro. Si può essere vicini senza fondersi e separati senza sentirsi abbandonati. La sicurezza non significa assenza di gelosia, conflitto o paura. Significa piuttosto possedere sufficienti risorse interiori e relazionali per attraversarli senza mettere continuamente in discussione l’esistenza stessa del legame.

Attaccamento ansioso: «mi ami davvero?»
Per chi presenta una modalità prevalentemente ansiosa o ambivalente, l’amore può assumere un’intensità straordinaria. Il bisogno dell’altro si accompagna alla paura di perderlo. Possono comparire una forte idealizzazione del partner, bisogno di rassicurazioni, gelosia, ipercoinvolgimento e particolare sensibilità ai segnali di distanza. La persona amata può diventare il centro attorno al quale sembra ruotare gran parte della propria sicurezza emotiva. Una risposta più fredda, un messaggio che tarda ad arrivare o un cambiamento apparentemente insignificante possono acquistare un peso enorme. È una forma d’amore nella quale il desiderio di vicinanza rischia talvolta di trasformarsi nella necessità di ricevere continuamente la conferma che il legame esiste ancora.

Attaccamento evitante: «posso amare senza avere bisogno di te»
Al polo opposto troviamo chi tende a proteggersi dalla vulnerabilità mantenendo una maggiore distanza emotiva. L’intimità può essere desiderata e contemporaneamente vissuta come pericolosa. Queste persone possono valorizzare fortemente l’indipendenza, faticare a mostrare i propri bisogni affettivi o sentirsi a disagio di fronte alle richieste di vicinanza del partner. Non significa necessariamente che provino meno emozioni. Talvolta significa aver imparato a non affidarsi troppo alle emozioni e agli altri. La relazione può allora essere maggiormente costruita sulla condivisione, sull’amicizia, sulla razionalità o sulla reciproca autonomia, mentre gli aspetti più vulnerabili del legame rimangono protetti e meno accessibili.

Attaccamento disorganizzato: quando vicinanza e paura convivono
Esistono infine configurazioni più complesse nelle quali il bisogno di vicinanza può convivere con una profonda paura della relazione. L’altro viene cercato e, nello stesso tempo, temuto. Avvicinarsi può produrre sicurezza, ma anche allarme; allontanarsi può proteggere, ma contemporaneamente riattivare il bisogno dell’altro. Nelle relazioni adulte questo può tradursi in oscillazioni difficili da comprendere: desiderare intensamente l’intimità e poi respingerla quando diventa possibile.

Due persone possono dire «ti amo» e vivere due esperienze completamente diverse

È forse questo uno degli aspetti più importanti della teoria dell’attaccamento applicata alla coppia. Tendiamo spontaneamente a utilizzare noi stessi come misura dell’esperienza dell’altro.

Se mi ama, dovrebbe desiderare ciò che desidero io.

Se mi ama, dovrebbe cercarmi quando io vorrei essere cercato.

Se ha bisogno di stare solo, allora significa che non tiene abbastanza a me.

Oppure:

Se mi ama, dovrebbe capire che ho bisogno dei miei spazi.

Il problema è che due persone possono amarsi e, nello stesso tempo, possedere mappe relazionali profondamente differenti. Ciò che per uno significa vicinanza, per l’altro può essere vissuto come invasione. Ciò che per uno significa libertà, per l’altro può essere percepito come abbandono. Ed è proprio qui che molti conflitti di coppia diventano comprensibili sotto una luce diversa. Non si litiga soltanto per un messaggio non inviato, per una serata trascorsa separatamente o per una richiesta di maggiore attenzione.

Dietro quei comportamenti possono esserci domande molto più profonde:

«Posso fidarmi di te?»

«Rimarrai con me?»

«Posso essere vicino a te senza perdere me stesso?»

«Se ti mostro ciò di cui ho bisogno, continuerai ad amarmi?»

Le nostre prime relazioni ci influenzano, ma non ci condannano

Parlare di attaccamento comporta un rischio: trasformare la storia infantile in una spiegazione deterministica della vita adulta. Ma lo sviluppo umano non funziona così. I modelli costruiti nelle prime relazioni possiedono una certa stabilità proprio perché tendono a organizzare le esperienze successive, ma stabilità non significa immutabilità. L’essere umano continua a svilupparsi nell’incontro tra la propria storia e l’ambiente relazionale. Un’amicizia profonda, una relazione sentimentale sufficientemente sicura, esperienze significative della vita e un percorso psicoterapeutico possono introdurre qualcosa che la vecchia mappa non prevedeva. L’altro può rispondere diversamente da come ci aspettavamo. Possiamo scoprire che mostrare un bisogno non conduce necessariamente al rifiuto. Che una separazione non equivale sempre a un abbandono. Che possiamo essere amati senza dover continuamente conquistare l’amore. O che è possibile affidarsi a qualcuno senza perdere la propria autonomia. Quando esperienze nuove vengono vissute con sufficiente intensità e continuità, le nostre mappe possono progressivamente modificarsi.

Dalla ripetizione alla possibilità di scegliere

Comprendere il proprio stile di attaccamento non significa quindi trovare un’altra etichetta con cui definirsi. Significa iniziare a osservare come costruiamo le nostre relazioni. Cosa accade dentro di noi quando percepiamo l’altro distante? Come chiediamo vicinanza? Cosa facciamo quando qualcuno ha bisogno di noi? Quanto riusciamo ad affidarci? Quanto tolleriamo la separazione? E soprattutto: quanto di ciò che accade nella relazione appartiene veramente al presente e quanto, invece, viene interpretato attraverso mappe costruite molto tempo prima?

La consapevolezza, da sola, non sempre basta a cambiare questi schemi, perché essi non sono costituiti soltanto da pensieri: sono intrecciati con emozioni, aspettative e modalità relazionali apprese nel corso della nostra storia. Per questo il cambiamento diventa particolarmente significativo quando, oltre a comprendere qualcosa di noi stessi, possiamo fare un’esperienza diversa.

Anche la psicoterapia può diventare uno spazio nel quale osservare i propri modi abituali di entrare in relazione e sperimentare nuove possibilità: una relazione nella quale avvicinarsi senza essere invasi, affidarsi senza perdere autonomia, esprimere un bisogno senza doverne provare vergogna. Il passato continua certamente a vivere dentro di noi. Ma non è obbligato a ripetersi.

Le nostre prime relazioni contribuiscono a tracciare la mappa con cui iniziamo il viaggio. Crescere significa anche scoprire che una mappa non è il territorio e, soprattutto, può essere ridisegnata.

Cinque domande per riflettere sul proprio modo di amare

  1. Quando una persona importante per me si allontana, cosa accade dentro di me?
  2. Riesco a chiedere conforto oppure tendo a nascondere i miei bisogni?
  3. Nelle relazioni ho più paura di essere abbandonato o di perdere la mia libertà?
  4. Mi è capitato di ritrovarmi più volte all’interno di dinamiche affettive simili?
  5. Riesco a vivere il partner come una base sicura: qualcuno a cui posso essere profondamente legato e dal quale, proprio per questo, posso anche allontanarmi per esplorare liberamente la mia vita?

Forse comprendere il nostro modo di amare non serve a stabilire una volta per tutte chi siamo. Serve a riconoscere da dove partiamo, per poter scegliere con maggiore libertà dove vogliamo andare.

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