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Attaccamento e amore: perché tendiamo a ripetere gli stessi schemi nelle relazioni

Perché alcune persone riescono a vivere l’amore con fiducia e serenità, mentre altre hanno continuamente paura di essere abbandonate? Perché c’è chi, quando sente l’altro allontanarsi, cerca ancora più intensamente la sua vicinanza e chi, al contrario, tende a prendere le distanze proprio quando una relazione diventa importante? E perché, nonostante le esperienze e le delusioni, può capitare di ritrovarsi più volte all’interno di relazioni sorprendentemente simili?

Quando due persone si dicono «ti amo» tendiamo a pensare che stiano parlando della stessa esperienza. Ma non è necessariamente così: non tutti amano allo stesso modo.

La teoria dell’attaccamento, sviluppata dallo psichiatra e psicoanalista inglese John Bowlby, offre una delle prospettive più interessanti per comprendere il modo in cui costruiamo i nostri legami affettivi. Secondo questa prospettiva, il nostro modo di stare nelle relazioni non nasce semplicemente da una scelta razionale, né soltanto dal carattere: affonda le proprie radici nella storia delle nostre prime esperienze relazionali.

Questo, tuttavia, non significa che il nostro destino sentimentale venga scritto una volta per tutte durante l’infanzia. Le prime relazioni costituiscono un punto di partenza, non necessariamente un punto di arrivo.

Il bisogno di legame: perché abbiamo bisogno degli altri

La teoria dell’attaccamento nasce dall’incontro tra psicologia, psicoanalisi, etologia e prospettiva evoluzionistica. Gli studi pionieristici sul comportamento animale di Konrad Lorenz e gli esperimenti di Harry Harlow sui primati contribuirono a mettere in discussione l’idea secondo cui il legame del piccolo con chi si prende cura di lui dipenda semplicemente dalla soddisfazione di bisogni primari come il nutrimento.

La vicinanza ha un valore in sé. Il piccolo cerca protezione, contatto, conforto e sicurezza. Da un punto di vista evoluzionistico, la tendenza a costruire un legame privilegiato con una figura capace di offrire protezione aumenta le possibilità di sopravvivenza.

Bowlby trasformò queste osservazioni in una teoria dello sviluppo umano: veniamo al mondo predisposti a costruire legami. La relazione con chi si prende cura di noi diventa così il primo grande laboratorio nel quale impariamo qualcosa sugli altri, ma anche qualcosa su noi stessi. Impariamo, per esempio, se nei momenti di paura qualcuno arriverà; se possiamo chiedere conforto senza rischiare un rifiuto; se la vicinanza dell’altro è affidabile oppure imprevedibile.

E, contemporaneamente, iniziamo implicitamente a rispondere a un’altra domanda:

«Sono una persona degna di essere amata, protetta e accolta?»

Le mappe invisibili con cui entriamo nelle relazioni

Attraverso migliaia di piccoli scambi quotidiani, il bambino costruisce progressivamente ciò che Bowlby definì modelli operativi interni. Possiamo immaginarli come vere e proprie mappe emotive e relazionali. Una mappa riguarda l’altro: quando avrò bisogno di te, ci sarai? L’altra riguarda noi stessi: posso fidarmi? Posso mostrare la mia vulnerabilità? I miei bisogni verranno accolti? Quanto valgo agli occhi dell’altro? Queste rappresentazioni non rimangono confinate all’infanzia. Tendono a diventare una sorta di grammatica implicita attraverso cui interpretiamo anche le relazioni successive.

E quando, da adulti, incontriamo qualcuno che diventa emotivamente importante, quella grammatica può tornare a parlare. Non significa che cerchiamo consapevolmente una persona uguale a nostra madre o a nostro padre. Il processo è molto più sottile. Entriamo nelle relazioni portando con noi aspettative su ciò che probabilmente accadrà quando avremo bisogno dell’altro.

Perché tendiamo a ripetere gli stessi schemi?

I modelli operativi interni sono dinamici e possono modificarsi. Eppure tendono anche a mantenere una certa continuità nel tempo. Per quale motivo? Perché non ci limitiamo a vivere le esperienze: le interpretiamo. Percezione, attenzione e memoria non funzionano come una telecamera neutrale. Tendiamo a prestare maggiore attenzione alle informazioni coerenti con ciò che già crediamo di noi stessi e degli altri.

Chi teme profondamente di essere abbandonato, per esempio, potrebbe cogliere immediatamente un piccolo segnale di distanza del partner, attribuendogli un significato molto intenso, mentre potrebbe dare meno peso ai numerosi segnali di presenza e affidabilità.

Chi ha imparato che affidarsi agli altri è pericoloso potrebbe invece minimizzare il proprio bisogno di vicinanza e interpretare come eccessive le richieste affettive dell’altro.

Si crea così un circuito particolare: le aspettative influenzano il modo in cui interpretiamo la relazione e il nostro comportamento può contribuire, a sua volta, a produrre proprio quelle risposte che temevamo. Una sorta di profezia relazionale che tende ad autoalimentarsi. Il passato, quindi, non viene semplicemente ricordato. In qualche misura può essere continuamente ricostruito nel presente.

Quando il partner diventa una figura di attaccamento

Le ricerche di Cindy Hazan e Phillip Shaver hanno contribuito a estendere la teoria dell’attaccamento alle relazioni sentimentali adulte, mostrando come l’amore romantico possa essere compreso anche come un processo di attaccamento. Quando una relazione diventa significativa, infatti, il partner può progressivamente assumere alcune delle funzioni caratteristiche di una figura di attaccamento.

Possiamo riconoscerne quattro:

La ricerca della vicinanza.
Desideriamo stare vicino alla persona amata, cercarne il contatto e condividere con lei esperienze significative.

Il rifugio sicuro.
Nei momenti di paura, stress o difficoltà, la presenza del partner può tranquillizzarci. Non cerchiamo soltanto una soluzione al problema: cerchiamo quella persona.

La protesta o sofferenza per la separazione.
Quando il legame è diventato importante, la lontananza o la possibile perdita dell’altro possono provocare tristezza, inquietudine e ansia.

La base sicura.
È forse l’aspetto più affascinante. Quando sappiamo che la persona importante è presente e disponibile, possiamo sentirci più liberi di esplorare il mondo, affrontare esperienze nuove, investire nel lavoro, nelle amicizie e nei nostri interessi.

La sicurezza del legame non ci rende necessariamente più dipendenti: può renderci più liberi. Ed è uno dei paradossi più belli dell’attaccamento: poter contare su qualcuno può permetterci di allontanarci senza sentirci perduti.

Innamorarsi e costruire un legame non sono esattamente la stessa cosa

Nelle prime fasi di una relazione prevalgono spesso il desiderio di vicinanza, l’attrazione, la ricerca dell’altro e una forte intensità emotiva. È il territorio dell’innamoramento. Ma perché una relazione diventi un legame stabile occorre qualcosa di più. Con il tempo acquistano importanza l’affidabilità, il sostegno reciproco, la possibilità di mostrare la propria vulnerabilità, la capacità di affrontare le separazioni e soprattutto l’esperienza ripetuta che l’altro possa esserci quando ne abbiamo bisogno. L’amore, da questo punto di vista, non coincide soltanto con ciò che proviamo. È anche ciò che progressivamente costruiamo nella relazione.

Ed è proprio qui che la teoria dell’attaccamento ci conduce a un’altra considerazione importante: se tutti condividiamo il bisogno di costruire legami significativi, non tutti impariamo a viverli nello stesso modo. C’è chi riesce ad affidarsi mantenendo la propria autonomia, chi teme continuamente di perdere l’altro e chi, al contrario, tende a proteggersi mantenendo una certa distanza.

Le nostre prime esperienze contribuiscono a costruire queste differenti modalità di vivere la vicinanza, la separazione e l’intimità. Non rappresentano però un destino immutabile: nel corso della vita, nuove esperienze affettive possono modificare anche profondamente il nostro modo di stare in relazione.

È da queste differenze che nasce il tema degli stili di attaccamento nelle relazioni di coppia.

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