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Quando due persone arrivano alla decisione di separarsi, solitamente, sono consumate e prosciugate dal dolore, dai conflitti e dalle incomprensioni. Spesso le motivazioni, che rendono ineluttabile la fine della relazione, sono chiare ad entrambi i coniugi, ciò nonostante può succedere che questi procrastino il momento dello scioglimento formale della loro unione. Perché questo accade? A complicare le cose ci pensano la preoccupazione per il giudizio degli altri (genitori, parenti, amici), il confronto con il fallimento e, soprattutto, il dover affrontare i figli. Nel genitore esplode l’ansia di poter deludere e far soffrire, ed il timore di poter arrecare un danno psicologico che comprometta il futuro del figlio. Certo, la separazione è uno dei cambiamenti più dolorosi nella vita di un individuo, ma, dobbiamo dire che non è l’unico, e da esso possono scaturire una serie di effetti che non sono soltanto negativi, in alcune realtà si hanno anche conseguenze costruttive.

L’etimologia della parola adolescenza deriva dal latino adolescens, e sta ad indicare colui che si sta nutrendo, mentre il termine adulto, che ha origine dalla stessa radice, corrisponde a colui che si è nutrito; questa differenza segna la meta implicita di questo periodo di vita: crescere, strutturarsi, formarsi, raggiungere una propria identità. Quando ha inizio questa fase dello sviluppo? La pubertà, cioè il momento della maturazione biologica, segna l’inizio dell’adolescenza; tuttavia, questi cambiamenti fisici non hanno un esordio preciso e possono andare da un range di 9-10 anni ai 13-14 anni. La tempesta del cambiamento avviene nel corpo, nella mente e nei comportamenti.

I processi di pensiero fanno parte degli ambiti di studio della psicologia e di intervento della psicoterapia. Pensare troppo e pensare “male” provoca tutta una serie di problemi psicologici fonte di grave sofferenza psichica e comportamentale. Il continuo rimuginare sulle cose, sulle situazioni di vita e sulle decisioni da prendere è principio di ansia e di difficoltà sia personali che relazionali. La responsabilità di questo cortocircuito cognitivo è da attribuire al bisogno arcaico di sicurezza dell’essere umano.

Il linguaggio del corpo ed i versi erano gli strumenti essenziali per comunicare gli stati d'animo ed i sentimenti. Il linguaggio orale, infatti, essendosi sviluppato in un arco di tempo compreso tra due milioni e cinquecentomila anni fa è molto più giovane; possiamo immaginare, pertanto, quante siano le cose che comunichiamo senza esserne completamente consapevoli. Il nostro modo di gesticolare, di muoverci e di metterci in relazione con gli altri svela gran parte di quello che proviamo e che pensiamo in quel momento. Albert Mehrabian in un'interessante ricerca degli anni '70 ha scoperto che l'effetto complessivo di un messaggio è per il 7% verbale (le parole), per il 38% paraverbale (tono, volume, tempo e ritmo della voce) e per il 55% non verbale. Il risultato? E' più importante come lo dici, non cosa dici. Il linguaggio corporeo può avere un peso fino all'80% sull'esito di un incontro. Sono sufficienti meno di 4 minuti affinchè le persone si formino un'opinione iniziale del loro interlocutore. A dispetto di quello che riteniamo politicamente corretto credere, quando incontriamo qualcuno per la prima volta lo giudichiamo rapidamente sotto il profilo della cordialità, della dominanza e come potenziale partner sessuale (Allan & Barbara Pease, 2004).

L'organizzazione Mondiale della Sanità afferma che la depressione è la principale causa di cattiva salute e disabilità in tutto il mondo. Più di 300 milioni di persone vivono con la depressione, questo disturbo ha avuto un aumento di oltre il 18% tra il 2005 e il 2015. Un tale dato conferma l'importanza della prevenzione e della produzione di diagnosi corrette, al fine, di discriminare prontamente le reali forme di depressione da quelle che di fatto non lo sono. Per ciò che concerne le strategie di cura delle forme depressive, ad oggi, viene ancora privilegiato la somministrazione di antidepressivi, spesso in combinazione con ansiolitici, questa soluzione nella grande parte dei casi non conduce alla risoluzione definitiva del disturbo, e può risultare complice della cronicizzazione della patologia.

L'attacco di panico si manifesta con un episodio improvviso ed esplosivo di intensa paura o angoscia. I sintomi tipici sperimentati sono: respiro affannoso, sensazione di soffocamento, vertigine, barcollamenti, debolezza, palpitazioni o accelerazione del battito cardiaco, tremito, sudore, soffocamento, nausea o dolori addominali, depersonalizzazione o derealizzazione, sensazioni di torpore e formicolio, rossore al viso, brividi, dolori al petto, angoscia, paura della morte, paura di diventare pazzo, paura di fare qualcosa di incontrollato.

Ci sono momenti in cui resti da solo, con te stesso. Nel silenzio della mente riesci a percepire il flusso del tuo sangue sospinto dalle accelerazioni del cuore. Sale un brivido di gelo, ed una goccia di sudore scende a stemperare il tuo volto accaldato. Hai paura? Ti senti solo? Diverso? Inadeguato? Deluso dalle persone che ami, o da te stesso? In cerca di attenzioni? Mentre, attorno è solo desolazione. Un deserto. Un deserto desolato. Rabbia. Rabbia rossa, infuocata, spruzzata sul tuo abito migliore.

Il modo in cui pensiamo determina il nostro comportamento, e anche i suoi risultati. Sì, la qualità del pensiero è decisiva anche nel nostro successo relazionale e nella capacità di riuscire ad apprezzare la vita. Se siamo affollati da ragionamenti illogici e significati simbolici distorti corriamo dritti dritti verso interpretazioni sbagliate, diventando, come sostiene Aron T. Beck nel libro che dà il titolo a questo contributo, sordi e ciechi al punto che l'amore può non essere sufficiente a far andar bene le cose. Infatti, è proprio nelle relazioni più intime, quando il nostro coinvolgimento emotivo è più grande che è più facile sbagliare ad interpretare le parole ed i gesti dell'altro, e con errate congetture siamo soltanto la causa di dolore e sofferenza.

C'è una parte silente in ognuno di noi che ci osserva, desidera, gioisce, soffre e che come un fiume sotto le strade di una città scorre muto imprimendo nella terra il solco della sua essenza. Mentre noi, sopra di esso, camminiamo inconsapevolmente e ci lasciamo trasportare dalla forza di quelle acque che ci spingono ad agire o a desistere, a cercare amore oppure a fuggirne, a cogliere la nostra bellezza o a cadere nella paura di una tragica insoddisfazione. Amarezza ed euforia, depressione e vitalità. Il rumore stridente della società non ci consente di ascoltare il fiume che scorre dentro di noi, e la voracità di un futuro tanto esigente ci consuma, allontanandoci dal contatto con il nostro mondo interiore e privandoci, così, di un prezioso strumento con cui poter vivere al meglio la vita.

Vorrei regalarvi una storia, per farvi riflettere su di un processo psichico molto importante per la qualità delle nostre vite: la percezione. Continuamente, durante la nostra giornata siamo chiamati ad attribuire significati ed a interpretare le parole, i silenzi e gli atteggiamenti degli altri nei nostri confronti. Compiere questa operazione mentale con superficialità e presunzione può trarci in inganno, e condurci, perfino, a tragici errori. Nella storia di Truong raccontata da Thich Nhat Hanh in Discorsi ai bambini si narra di come una percezione sbagliata, l'ottusità dell'orgoglio, la rigidità delle proprie congetture ed il rifiuto a parlare apertamente con le persone che amiamo possano essere le cause della nostra infelicità. Di seguito riporterò la storia di Truong, con qualche piccolo taglio per esigenze espositive.